Un passato mai passato riemerge possente in un’opera che, per stile e significati, propone i caratteri dell’eternità.
In un contesto abbandonato alle convenzioni strutturali del tempo attuale, questo Tempio classico si erge portando in sé le caratteristiche di una sfida e di un desiderio di rinnovamento quasi paradossale, perché il cambiamento che propone mette le radici nella tradizione più antica.
Si scaglia trionfante verso il cielo il bianco puro e innocente dell’Eden, accompagnato fedelmente dalle linee neoclassiche ed eleganti delle colonne ioniche. La pietra Anatolia racchiude anch’essa il senso della perpetuità, e la sua indistruttibilità ci allontana dal senso della caducità dell’esistenza terrena.
Ma questo Tempio etereo e limpidissimo riesce comunque a tenere le fila di un’affascinante e a tratti stravagante integrazione di forme contemporanee. L’utilizzo del vetro, quasi metafora di un confine sfumato e indefinito tra prima e dopo, tra corpo e anima, tra luce e oscurità; oscurità scalfita dal bagliore di una lanterna che, con la sua bislacca modernità, graffia l’equilibrio degli altri elementi.
Questa insolita ma armonica combinazione di spazi, materie e entità, ricorda gli acuti versi de ‘Il malpensante’:
“Fra due parossismi si torce il filo della nostra sorte: lo scandalo del morire e l’eufemismo del vivere”
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